Il rito del mattino

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Il rito del mattino prevede due tazze di latte schiumato, fette biscottate integrali, marmellata e tanto caffè.

L’allestimento è sempre lo stesso e la preparazione segue, in modo scrupoloso, fasi precise. Non sono contemplate varianti, non sono contemplati errori.

La gestualità nella fase di preparazione – e soprattutto di consumo – è lenta e affannata, al contrario le conversazioni seguono un flusso continuo e spontaneo (sottolineo, chi avrebbe mai immaginato una conversazione prima delle 10:00?). Riguardano avvenimenti, persone, riferimenti puramente casuali alla sera precedente ma anche sogni strani e riflessioni di vita.

Comunicare è l’esigenza principale, comunicare non chiunque, si intende. Le parole sono importanti, dice un tale che mi piace, e l’importanza è direttamente proporzionale al soggetto coinvolto.
Inizia tutto da qui, dalla colazione, e devo dire che si, la narrazione è stimolante.

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Vedere oltre

Nella Sicilia in cui sono nata e in cui ho vissuto non c’è il mare. C’è il Salso ma non c’è il mare.

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Liberi di pensare

È stato chiesto ad alcuni bambini di disegnare una casa prima e dopo essere stati a Farm Cultural Park, a Favara, nel cuore della Sicilia.

Questo è il risultato, un azzardo pensato, libero da qualsiasi schema preimpostato. È un’idea di casa svincolata dalle vecchie convenzioni, è un’esplosione di forme e colori, è la possibilità di vedere altro e immaginare il diverso. La casa è concepita come uno spazio comune in cui ci si può sentire liberi di esprimere se stessi.

E farm Cultural Park è proprio questo. Un centro di cultura indipendente, di sperimentazione, di arte, di incontri, di rivalutazione, la storia di una realtà dimenticata che non ha rinunciato, che ha scommesso sulle proprie forze e ha spalancato e spalanca le porte a chi vuole portare un po’ di sé.

Qui, in un piccolo paese della provincia di Agrigento, non fa paura parlare di futuro. Qui, alle spalle di quella meravigliosa valle capeggiata dai templi, dalla casa natale di Pirandello, alle spalle della Porto Empedocle di Camilleri, qui, su quella strada degli scrittori continuamente interrotta da lavori stradali, da ponti che cadono, da un’architettura devastante e devastata, sono più di 100000 i visitatori che arrivano da ogni parte del mondo.

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Ripropongo il frammento di “Storie di un notaio «pazzo» e dei ragazzi di Favara”, un editoriale di Roberto Napoletano in cui parla dell’esperianza di Farm Cultural Park su Il sole 24ore. “Forse, anche se il prodotto interno lordo ci metterà un po’ a rilevarlo, questi spazi civili di intrapresa e di legalità conquistati a Favara, nel Sud del Sud, da giovani e meno giovani, alimentano la speranza, trasmettono saperi e fiducia, sono il capitale del futuro. Dicono al mondo che stiamo cambiando per davvero e dimostrano che possiamo farcela da soli.”

L’amore e la violenza secondo i Baustelle

Screenshot_20180506-232443.pngLa bellezza è bellezza, il fascino è un’altra cosa. I Baustelle questo lo sanno.

Bello è un viso, belli un paio di occhi, delle labbra. Il bello è l’atto reale che vedi, carico di immaginari che si concretizzano. Affascinante è un gesto, una voce, un discorso. Il fascino è l’atto pensato che non vedi, carico di concretezza che vagheggia. Si, i Baustelle sanno anche questo.

L’amore e la violenza è l’ultimo progetto del gruppo di Montepulciano, un progetto inteso in senso unitario e allo stesso tempo diviso nei suoi due volumi.

Può l’amore essere violenza e può invece la violenza essere amore?

L’amore è sentimento del bene, affetto, il dare senza ricevere ma è anche sentimento di spiritualità, di trasporto attrattivo, di passione ardente e talvolta ossessiva e logorante.

La violenza è atto di forza, di dominio, di ribellione irrazionale, ma è anche l’espressone più naturale degli animali e quindi degli uomini, un atto represso, di condizionamento fisico ma anche mentale.

Lo ripeto ancora una volta: può l’amore essere violenza e può invece la violenza essere amore?

Non è dato avere una risposta in senso assoluto perché concetti così intensi e radicati meritano di più di una secca affermazione o negazione. Nessuno è completamente indipendente dalla circostanza, dal percorso che ognuno ha vissuto e vive, dagli incontri che hanno determinato e influenzato percorso vitale, dalle occasioni mancate, dagli interrogativi cercati e dalle soluzioni affannate. Non è dato avere una risposta in senso assoluto ma ognuno, dentro di sé, può intravedere quanto amore e quanta violenza ha trovato e provato, e ha ricevuto e ha dato e soprattutto quanto amore e violenza spera di trovare in un domani non troppo lontano.

I Baustelle, rigorosamente in camicia, cantano la loro esperienza in cui però ognuno può vedere un riflesso di sé e un’aspirazione per sé. L’esperienza è costernata continuamente di riferimenti letterari e intellettuali, citazioni culturali e umane che si sposano bene con le voci di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi.

In un mix di sensualità e spiritualità, di ribellione e accettazione e rinascita, di canzonette e pop, di brani passati e nuovi, di tradimenti e di dura realtà, di contrasti, c’è spazio per Veronica, con lei vedi una vita diversa, credi che il vuoto di colpo sia bellissimo, per lei chiedi un mondo migliore, e c’è spazio per Amanda Lear, l’amore antico, l’amica di sempre, l’esperienza più reale e fragile, quella del tradimento che apre gli occhi e rende coscienti dell’amore perduto.  L’appiattimento sensitivo generato dalla privazione e dal vuoto, la perdita di Giovanna, il sapore del passato in un giorno di sole, la lenta accettazione e la cancellazione involontaria dei messaggi, largamente intesi naturalmente, riporta pian piano alla riscoperta della libertà e dona un nuovo impulso all’immaginazione di ciò che potrebbe essere.

Da Violenza, uno dei brani che rende forse di più dal vivo, scandito da suoni prepotenti ed energici, si passa a L’amore è negativo, e poi ancora a Baby, Tazebao. L’amore e la violenza viene messo in scena senza distinzione di scaletta tra la prima e la seconda parte nella consapevolezza che è resistente il filo rosso che lega entrambe le parti, ma non mancano in scaletta i pezzi dedicati ai nostalgici, Il liberismo ha i giorni contati, Nessuno, La guerra è finita.

Bianconi, magrissimo come sempre, intona parole dense, consistenti e condensate, e lo fa accennando movimenti leggeri, si aprono le sue braccia e ondeggiano quasi come se il corpo trasmettesse note leggere che, in un circolo di movimento cinetico continuo, si liberano poi dalle sue braccia per essere gettate nello spazio dell’Atlantico, non di certo il miglior posto romano in quanto ad audio ma ottimo, in quella sera, in quanto a propensione all’ascolto, al canto e al ballo.

Rachele, Rachele è un’altra storia. Voce ammaliante, come le sirene di Scilla e Cariddi, ma meno ingannevole, sensuale come Anne Bancroft ne Il Laureato, ma senza il bisogno di sfilare i collant, sicura, come Uma Thurman mentre balla You never can tell in Pulp fiction, ma dopo aver bevuto una tisana allo zenzero (secondo quanto detto da alcuni fans) piuttosto che un frappè.

Le voci, dicevo, si intrecciano e si sposano.

 C’è ancora spazio per la musica sinfonica e c’è spazio per la musica elettronica prima di finire con La canzone del riformatorio, mentre i membri del gruppo si scambiano i posti nel corso delle canzoni e anche gli strumenti.

Una cosa però si nota, particolare ed evocativa. Poche volte l’intero gruppo si rivolge completamente verso il pubblico. I sintetizzatori, montati sotto la grande scritta Baustelle, portano molti di loro a dare le palle al pubblico.

E in uno scenario in cui il riferimento alla religiosità, al vangelo di Giovanni, il più spirituale tra i canonici, di rifiuto al credere, di denuncia del fetore della Chiesa, è sempre costante, le spalle mostrate al pubblico richiamano le vecchie messe, quelle recitate in latino, ma non è una consacrazione che viene elevata al pubblico, non è l’eucarestia ad essere celebrata, troppo profano per un luogo sconsacrato.

È la ricerca verso un qualcosa, ciò che rende l’uomo libero, felice, degno di essere chiamato uomo che viene cantato. E alla fine, pensandoci, non è poi così lontana come idea.